Per anni si è creduto che gli effetti collaterali della finasteride sparissero dopo la sospensione. Oggi sappiamo che, in alcuni pazienti, i sintomi possono persistere a lungo — e la scienza sta finalmente iniziando a spiegare il perché.
Le ultime ricerche del team del Prof. Melcangi (Università di Milano) confermano un punto chiave: molti pazienti PFS presentano una carenza persistente di allopregnanolone, un neurosteroide fondamentale per ansia, umore, memoria, sonno e regolazione neurovegetativa.
Questo neurosteroide, normalmente, dovrebbe tornare ai livelli normali dopo lo stop del farmaco… ma nei pazienti PFS non accade.
Questa carenza può spiegare:
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ansia e depressione resistenti
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disturbi cognitivi
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insonnia
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disfunzione sessuale
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alterazioni dell’asse intestino–cervello e infiammazione cronica
La vera novità?
Studi recenti mostrano che ripristinare l’allopregnanolone – o agire sui suoi recettori GABAergici – potrebbe migliorare alcuni dei sintomi più invalidanti.
In questo contesto entra in gioco lo zuranolone, un neurosteroide sintetico già approvato dalla FDA e dall’EMA per la depressione post-partum. La sua struttura simile all’allopregnanolone lo rende un candidato promettente anche per la PFS.
Gli studi su animali indicano miglioramenti della neuroinfiammazione e dell’equilibrio intestinale… e ora si valutano i passi da fare per arrivare agli studi clinici sui pazienti.
È solo l’inizio, ma è un segnale importante:
la PFS non è “psicologica”. Ha basi biologiche riconoscibili, misurabili e trattabili.
E la ricerca sta andando finalmente nella direzione giusta.
Continuare a parlarne, informare e sostenere la ricerca è fondamentale.
Soprattutto per dare speranza a chi oggi vive nel silenzio.