Il problema è l’aspettativa del risultato

Sappiamo che molto di quello che siamo è stabilito dal nostro Dna contenuto nel nucleo delle cellule e formato dai geni (coloro poi che trasmettono “informazioni”). Cosa importante da sapere è che però, rispetto a quanto prima si pensava, il DNA congenito influisce solo una parte sulla nostra vita in termini di salute, comportamento ed emozioni. La metilazione del DNA e dunque le modifiche epigenetiche (modifiche apportate dall’ambiente esterno) induce quelle che si definiscono regolazioni delle espressioni geniche. Il grado di metilazione del DNA cambia nel corso della vita e rappresenta il mezzo attraverso il quale l’ambiente può plasmare il genoma e influenzare il fenotipo di ognuno di noi.

In base alle predisposizioni e attitudini predeterminate di quando nasciamo abbiamo comunque un tono emozionale di base che influenzerà le nostre “risposte” a ciò che avviene nel corso della vita. Mi riferisco ad eventi, relazioni, aspettative e tutto ciò che riguarda il vivere.

In particolare la massima che spesso si sente “quel che non ti ammazza ti intosta” a mio avviso è valida per alcuni e non per tutti. Ad influire pesantemente sulla persona è l’intensità di alcuni avvenimenti, la durata, la risposta di ognuno a tali eventi e il grado di aspettative che nutriamo per ogni nostra azione. In particolare sono proprio le aspettative ad essere un’arma a doppio taglio.

Quante volte ci troviamo in situazione dove per raggiungere un obiettivo veniamo messi a dura prova? Non è facile mettersi in gioco e molto spesso si ha paura di non riuscire a superare gli ostacoli e di fallire. E allora ci rintaniamo nella nostra zona confort per non rischiare di farci male.

Ma cosa significa farci male?

Significa perdere fiducia in noi stessi? Magari perdere l’autostima? Fino a sconfinare poi nel pensare che quello che credevamo di essere in realtà non lo siamo!!? Beh probabilmente ognuna di queste potrebbe essere la risposta esatta ma è necessario esaminare un discorso a monte. Quel che di più a livello psicologico e cognitivo influisce è proprio la natura delle nostre aspettative.

Una grande aspettativa può provocare una forte spinta emotiva positiva indotta da un incremento dopaminergico proprio come quello indotto dalla spinta ad esempio a giocare al banale “gratta e vinci”. Più il risultato non è certo (ma auspicabile) e più l’impennata di questo neuroormone ci spinge ad agire per trovare appagamento e soddisfazione nel risultato. Nel perseguire un obiettivo fattibile, dunque, può darci una spinta positiva non indifferente. Insomma nella vita di ogni giorno può spronarci a dare di più per avere di più. Il problema sussiste però nel momento in cui viviamo una fortissima delusione per ciò che speravamo si realizzasse ma non si è realizzato (che sia un obiettivo o un qualsiasi tipo risultato sperato). Perché accade questo?

Il motivo è da ricercare nel grado di intensità dell’aspettativa che abbiamo messo in campo e dalla risposta psico-fisiologica che ha dovuto fronteggiarla. Come mai infatti vediamo persone che nella vita hanno subito sconfitte tremende che alla fine ce l’hanno fatta (“quello che non ti ammazza ti intosta”) e persone che invece dopo fallimenti e delusioni cadono in depressione?

Una tremendo insuccesso (o ancor peggio costanti disillusioni) è derivato da un’intensa e potente aspettativa che non ha tenuto minimamente conto della possibile diversità di risultato. E l’evento in questione non ha esclusivamente ripercussioni psicologiche ma anche cognitive. Addirittura i recettori cerebrali deputati a ricevere dopamina e a trasmettere le relative informazioni, si alterano perdendo di efficienza. Concomitantemente i livelli di cortisolo (ormone dello stress), se dovesse permanere lo stato emotigeno, potrebbero rimanere elevati oltre il limite fisiologico. La cronicizzazione della situazione “stressogena” rischia poi di minare l’evoluzione della neurogenesi ippocampale (zona deputata alla creazione di nuove sinapsi e della memoria) e del BDNF (fattore neurotrofico derivato dal cervello) impattando negativamente su vari processi cognitivi come attenzione, concentrazione, velocità di pensiero…

Parola chiave: consapevolezza. Più consociamo noi stessi e più possiamo adottare provvedimenti, più capiamo che alla base delle nostre aspettative c’è sempre un ambiente che risponde e la risposta potrebbe non combaciare con quello desiderato e più siamo attenti nel pianificare i nostri obiettivi, più manteniamo vivo e in salute il nostro sistema cerebrale con l’attività fisica e più sviluppiamo resilienza.

L’allenamento aerobico di alta intensità è in grado soprattutto di sviluppare una serie di flussi ormonali e fattori nervosi (BDNF) che aiutano il nostro cervello a rimanere in piedi anche dopo forti delusioni. Attraverso modifiche epigenetiche, sembrerebbe creare infatti mutazioni all’epigenoma.  Alcuni studi evidenziano incrementi e decrementi delle metilazioni dopo un periodo di attività fisica sia a livello del tessuto adiposo che muscolare. La contrazione del muscolo attraverso l’allenamento conduce a risposte adattative che migliorano l’efficienza metabolica, la capacità ossidativa e l’attività contrattile, conseguenze dovute dall’alterazione dell’espressione genica e dalle proteine coinvolte.

Per essere estremamente chiari il DNA non cambia nella sua struttura, (che abbiamo ereditato dai nostri genitori) ma può cambiare nel modo in cui si esprime, evidenziando le nostre doti migliori e limitando o contrastando le predisposizioni patologiche. Una nuova ricerca (esposta nella rivista “Cell Metabolism”) ha scoperto come anche pochi minuti di esercizio possano produrre, in persone sedentarie ma in buona salute, un cambiamento immediato del DNA.

Alla luce dei risvolti scientifici l’elaborazione di un nostro futuro ideale e la pianificazione dei nostri obiettivi vanno di pari passo all’allenamento fisico. Nel lungo cammino della vita mantenere uno stato di salute efficiente curando l’alimentazione e l’allenamento è di fondamentale importanza per salvaguardare l’integrità psicologica, evitare disfunzioni cerebrali e sindromi depressive.

 

 

1. Laker RC, et al. Sci Rep. 2017 Nov 9;7(1):15134.
2. Grazioli E, et al. BMC Genomics. 2017 Nov 14;18(Suppl 8):802. Review.

3. Ieraci A et al. Physical exercise and acute restraint stress differentially modulate hippocampal brain-derived neurotrophic factor transcripts and epigenetic mechanisms in mice. Hippocampus 2015;25(11):1380-1392.

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